venerdì 5 agosto 2011

David Foster Wallace dixit

"Che ci sono persone alle quali semplicemente non piacete, qualsiasi cosa facciate. Che nonostante pensiate di essere furbi, non lo siete molto. Che oltre il cinquanta per cento delle persone con una dipendenza da Sostanza è contemporaneamente affetto da qualche altra forma di disturbo psichico. Che il sonno può essere una forma di fuga emozionale e che, seppure con un certo sforzo, si può abusarne. Che la privazione intenzionale del sonno può essere anch’essa una fuga dalla realtà di cui si può abusare. Che non occorre amare qualcuno per imparare da lui/lei/esso. Che la solitudine non è una funzione di isolamento. Che la validità logica di un ragionamento non ne garantisce la verità. Che le persone cattive non credono mai di essere cattive, ma piuttosto che lo siano tutti gli altri. Che è possibile imparare cose preziose da una persona stupida. Che è statisticamente più facile liberarsi di una dipendenza per le persone con un QI basso che per quelle con un QI più alto. Che le attività noiose diventano perversamente molto meno noiose se ci si concentra molto su di esse. Che se il numero sufficiente di persone beve caffè in una stanza silenziosa, è possibile sentire il rumore del vapore che si leva dalle tazze. Che a volte agli essere umani basta restare seduti in un posto per provare dolore. Che la vostra preoccupazione per ciò che gli altri pensano di voi scompare una volta che capite quanto di rado pensano a voi. Che esiste una cosa come la cruda, incontaminata, immotivata gentilezza. Che è possibile addormentarsi di botto durante un attacco d’ansia. Che concentrarsi intensamente su qualcosa è un lavoro duro. Che la dipendenza è un disagio o una malattia mentale o una condizione spirituale (quando si dice «poveri di spirito» ) o una forma di Disturbo Ossessivo-Compulsivo o un disturbo affettivo e del carattere. Che la maggior parte delle persone con una dipendenza da Sostanza è anche dipendente dal pensare, nel senso che ha un rapporto compulsivo e insano con il proprio pensiero. Che è semplicemente più piacevole essere felici che incazzati. Che le persone di cui avere più paura sono quelle che hanno più paura. Che ci vuole grande coraggio per mostrarsi deboli. Che gli effetti di troppe tazze di caffè non sono per niente piacevoli nè intossicanti. Che praticamente tutti si masturbano. E tanto, a quanto pare. Che il cliché « Non so chi sono » sfortunatamente si rivela più di un cliché. Che gli altri, anche se sono stupidi, riescono spesso a vedere cose di voi che voi non riuscite a vedere. Che è consentito volere. Che tutti sono identici nella segreta tacita convinzione di essere, in fondo, diversi da tutti gli altri. Che questo non è necessariamente perverso."

(DFW, il mio autore preferito)

domenica 17 luglio 2011

Pagina 164

   Ma l’esclusione che mi sono imposto dagli scopi e dai movimenti della vita; la rottura che ho cercato del mio contatto con le cose mi hanno portato precisamente verso ciò che cercavo di evitare. Io non volevo sentire la vita né toccare le cose, sapendo con l’esperienza del mio temperamento al contagio del mondo che la sensazione della vita era sempre dolorosa per me. Ma evitando quel contatto mi sono isolato, e nell’isolarmi ho esacerbato la mia sensibilità già eccessiva. Se fosse possibile interrompere completamente il contatto con le cose, ciò gioverebbe alla mia sensibilità. Ma quell’isolamento totale non può avvenire. Per quanto faccia poco, respiro, per quanto poco agisca, mi muovo. E così, riuscendo a esacerbare la mia sensibilità attraverso l’isolamento, sono riuscito a fare in modo che i più piccoli fatti, che prima non avrebbero avuto importanza per me, mi ferissero come catastrofi. Ho sbagliato il metodo di fuga. Sono fuggito, attraverso uno scomodo stratagemma, verso lo stesso luogo dov’ero, con la fatica del viaggio che si è aggiunta al disgusto di vivere in quel luogo.
Non ho mai considerato il suicidio come una soluzione perchè io odio la vita per il bene che le voglio. Mi ci è voluto del tempo a capire il penoso equivoco in cui vivo con me stesso. Una volta convinto mi sono addolorato, cosa che mi succede ogni volta che mi convinco di qualcosa, perchè la convinzione per me è sempre la perdita di un’illusione. Mia ansia che dimentico, potessi almeno recuperare la pena con cui ti ho sognato.


-Il libro dell'inquietudine, Fernando Pessoa

mercoledì 25 maggio 2011

Consapevolezze

HO PERSO OGNI INTERESSE PER LA PROGRAMMAZIONE.
DOPO ANNI DI DURO SCONTRO CON LA REALTA' E DOPO UN LUNGO E DOLOROSO PERCORSO DI CONSAPEVOLEZZA.
QUESTO, ATTUALMENTE, E' UN PROBLEMA.
Post Scriptum
Da un'analisi postuma, appare che il soggetto abbia perso (spera momentaneamente) interesse solo per la programmazione in quanto non abbastanza aggiornato. Essa, e la progettazione, rimangono nel sacro fuoco della sua personalità ma hanno bisogno di riavere gli strumenti sotto mano come un tempo: le competenze.

lunedì 18 aprile 2011

Weltschmerz

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

Weltschmerz (dal tedesco, dolore cosmico o stanchezza del mondo) è un termine coniato dallo scrittore tedesco Jean Paul e denota un tipo di sensazione provata da qualcuno che comprende che la realtà fisica non può mai soddisfare le domande della mente. Questo tipo di visione del mondo pessimistica era diffusissima tra autori romantici come Lord Byron, Giacomo Leopardi, François-René de Chateaubriand, Alfred de Musset, Nikolaus Lenau e Heinrich Heine. L'espressione è usata anche per denotare una sensazione di tristezza al pensiero dei mali del mondo (confronta empatia e teodicea).

Il significato moderno di Weltschmerz nella lingua tedesca è di sofferenza psicologica provocata dalla consapevolezza che le proprie debolezze dipendono dall'inadeguatezza e dalla crudeltà del mondo, da circostanze fisiche e sociali. In questo senso Weltschmerz può provocare depressione, rassegnazione ed escapismo, potendo diventare anche un problema mentale (confronta Hikikomori). Il significato moderno di Weltschmerz può essere paragonato al concetto di anomia, un tipo di alienazione che Émile Durkheim descrisse nel suo trattato sociologico Il suicidio. Studio di sociologia (1897).

martedì 29 marzo 2011

Da "Revolver" (2005) di Guy Ritchie

C’è una cosa dentro di te, che non conosci, e di cui negherai l’esistenza. Finché non sarà troppo tardi per farci qualcosa, è l’unico motivo per cui ti alzi al mattino, l’unico motivo per cui sopporti un capo stupido, il sangue, il sudore e le lacrime, questo perché vuoi che le persone sappiano quanto sei bravo, attraente, generoso, divertente, intelligente. Temetemi o riveritemi, ma per favore pensate che sono speciale. Condividiamo una dipendenza, siamo tossicomani dichiarati, vogliamo tutti la pacca sulla spalla e l’orologio d’oro, l’Ip-ip-urrà del cazzo. Guardate il ragazzo intelligente con il distintivo, che lucida il suo trofeo, brillanti e diamanti impazziti: siamo solo scimmie avvolte in bei vestiti, che implorano l’approvazione degli altri.

Qual è la prima regola di ogni gioco, signor Green?
Per diventare più furbo devi giocare contro un avversario più furbo.


E la seconda regola?
Più sofisticato è il gioco, più sofisticato è l’avversario.

 

Se cambi le regole su ciò che ti controlla, cambierai le regole su ciò che puoi controllare. 
Il tuo peggior avversario si nasconde nell’ultimo posto dove guarderesti. Lui si nasconde dietro il suo dolore, Jack. Lo sta proteggendo, con il suo dolore. Abbracci quel dolore, e vincerà questa partita.


L’inganno più grande che abbia mai fatto, è stato di farle credere di essere lei.

mercoledì 23 marzo 2011

Il colloquio

La sede del colloquio era al Pantheon. Una sede prestigiosa. Ne ero certo, conosco molto bene questo mondo. Gli esaminatori erano due: una nevrotica di mezza età, ed un ingegnere pieno di sè. La nevrotica (due lauree in non so cosa), mentre cercava di essere sorridente, mi ha descritto la società di informatica di cui stavano aprendo una sede a Roma. L'ingegnere è quello che mi ha fatto il culo.
Il colloquio, o per meglio dire l'esame al quale mi hanno sottoposto, è andato esattamente come speravo che andasse: malissimo.
Una decina di domande hanno dimostrato come io abbia ormai perso la mano sulle questioni tecniche in modo abbastanza evidente. Un po' lo sapevo, anche se sinceramente pensavo meglio. Invece ho dovuto riconoscere che sto messo piuttosto male. Non senza qualche conato di vomito. Un qualsiasi ragazzino appena uscito dall'università mi distruggerebbe in meno di un'ora.
Sono uscito dopo un'ora circa. Ho pensato al mio corpo ed a come avrebbe reagito, tentando una ingenua consapevolezza. Mi sono recato al Gran caffè, dove fanno una granita di caffè giustamente famosa e straordinariamente buona, e l'ho mangiata con gusto.
Dopo sono andato dalla mia suora psicologa, la slovacca. Suor S. è una bionda, che senza l'abito da suora farebbe girare gli uomini per strada. Lei appena mi ha visto ha subito detto "che cosa le è successo?". Sono un libro aperto per chi si occupa di nevrosi. Le ho raccontato quello che mi era capitato: a 40 anni suonati ho capito di aver sbagliato professione. Questo aspetto mi è parso chiaro quando l'ingegnere mi ha chiesto quale fosse stato il progetto più importante che avevo fatto, e io in mente non sapevo che rispondergli..
Ad un certo punto, peró, la suora ha superato i limiti. Mi ha chiesto se sogno. Si. E che cosa sogno.. e a quel punto ho avuto un superamento del perimetro emozionale, volevo piangere ed arrabbiarmi insieme. Ho dovuto fermarmi e controllare tutte le mie emozioni.. E' stato tremendo, e ho pensato che nessuno mi doveva rubare i miei sogni. Nessuno, nessuno doveva permettersi di entrare nei miei sogni.
Dopo un'ora circa stavo iniziando a sentirmi male, la nausea mi saliva in modo prepotente, ed ero costretto a tornare a casa, senza mangiare, aspettando che passasse. Nel frattempo quella stronza di S. mi mandava un messaggio su Facebook spiegandomi perché non aveva intenzione di riaccettare la mia amicizia.

domenica 13 marzo 2011

Qualcuno all'improvviso apre quella porta

Io amo avere la casa ordinata, ma non sono ordinato. Allora uso uno stratagemma, costringo tutto il disordine in uno sgabuzzino angusto. La porta si chiude a fatica, ma quando lo fa… meraviglia, la casa diventa perfetta. Certo, bisogna evitare con cura che chiunque apra quella porta, rischia di essere sommerso dalle carabattole.
Io amo avere la vita ordinata, ma non sono ordinato. Allora uso uno stratagemma, i problemi più grandi di me che non so risolvere li metto in uno sgabuzzino, defilato rispetto al centro della mia vita. Ormai, col passare degli anni, la porta si chiude a fatica, ma quando lo fa… meraviglia, la vita diventa perfetta. Se non fosse che di tanto in tanto capita di ospitare qualcuno nella vita. Se non fosse che dopo che dici “fai come se fossi a casa tua” a questo qualcuno, capita che questo scova la porta dello sgabuzzino e la apre di colpo.

sabato 12 marzo 2011

La civiltà tedesca

La civiltà di una società si può manifestare anche attraverso la sua lingua? Nel tedesco, spesso il verbo principale si trova alla fine della frase. Questo vi obbligerà ad ascoltare, fino in fondo e senza poterlo interrompere, chi vi sta parlando.Als ich ein Kind war… (via spaam)

Faccio violenza a me stesso nel non vedere una persona, mentre ironicamente riguardo "Se mi lasci ti cancello" dove due persone diverse e incompatibili si cercano e non si capiscono e non capiscono da cosa sono attratti.